16/6/10 Quando scrivevi sullo Space
Ve li ricordate i Windows Live Spaces? Quella specie di sito che oltre a tenere le informazioni di profilo di msn, permetteva di costruirsi un blog. Erano gli anni di Badoo, di MySpace, gli albori dei social network. Non c’era facebook, o meglio, c’era ma nessuno lo conosceva. E msn aveva questi Space. Tutti, o quasi tutti, avevano lo space, caricavano foto, spammavano i link su msn per farsele commentare dagli amici. E scrivevano blog. Blog approssimativi. Scrivevano delle proprie giornate, mandavano a fanculo senza fare nomi, dicevano che andava tutto bene, o che andava tutto male. Scrivevano della bella giornata passata, del compito di matematica, degli amici. Si sfogavano. Mi ricordo i blog delle ragazze, pieni di immagini tutte scintillanti e piene di stelline che si facevano fare gratuitamente su siti particolari sconosciuti ai maschi. Blog femminili pieni di kappa e di abbrevviazioni del genere, pieni di puntini, di virgole messe a caso, di titoloni e immaginone. Ma era bello farsi i fatti degli altri, leggere cosa capitava al compagno di classe, lasciare un commento. Aveva fascino, e non ce ne accorgevamo.
Adesso è tutto finito. Adesso sono morti gli Space, come li chiamavano a scuola. Sono finiti i blog. Se attraverso msn andate sullo space di qualche vostro contatto, lo troverete ancora. E’ lì, che giace, abbandonato. Aspetta ancora i commenti, aspetta gli interventi nel blog. Anche le immagini luccicanti sembrano impolverate, messe in soffitta e abbandonate. Sono morti. Nessuno ci scrive più niente. Nessuno commenta più niente. E’ l’era di Facebook. E’ l’era della tristezza di massa. Se prima i ragazzi, i più giovani, avevano come sfogo un blog dove scrivevano cose personali, adesso come sfogo illusorio e inutile hanno Facebook. Condividono in bacheca link che altri hanno creato per loro. Scrivono che sono forti, che non si piegano, che loro odiano i bastardi, magari allegando un’immagine presa a caso da google. Commentano monosillabicamente gli status degli amici, nessuno esprime più un pensiero proprio, e se lo fa, nessuno lo considera. Nessuno più commenta. I cervelli sono in stand-by, sono ovattati. C’è dipendenza. Non c’è sfogo. C’è dipendenza allo sfogo altrui che non arriva mai. Frenesia di qualcosa che pareggi i buchi della propria inesistenza. C’è il caos. C’è la piazza pubblica. E’ scomparsa l’intimità del proprio spazio, quell’angolino dove ognuno ammucchiava i propri pensieri e dove qualcuno passava sempre, leggeva e diceva la sua. Adesso non resta niente, nessuno lascia più alcun segno, nessuna impronta di nessun cammino. Nessun ricordo. Mentre i blog che fino a un paio di anni fa pulsavano di foto e di commenti ci sono ancora, le cose che avete scritto due giorni fa in quella sterile bacheca sono gia state triturate.
12/6/10 Colombo
Ci son cose nella vita, che poi son cosine, non è che sian chissà cosa, ma comunque ci son cose nella vita che son ganze. Oggi, ad esempio, ero sul pullman. Mi son seduto, in fondo al pullman, dove mi metto sempre. E’ comodo, e poi lì nessuno ti guarda, puoi farti i fatti tuoi, controlli tutti, ti senti un re. Sembra quasi che lo lascino a me ormai, quel posto in fondo. E’ anche vero che quando son montato non c’era nessuno, c’ero solo io. Mi son seduto. Faceva caldo, a giugno succede.
Mi siedo e sale una signora. Una signora anziana. Una vecchia, chiamiamo le cose col suo nome dai. La signora vecchia si siede ed ecco che sale un tipo di colore. Un senegalese, credo. Insomma un nero, nero come il carbòn. Si siede pure lui. Ma subito, lo vedo, qualcosa non gli quadra. Si guarda intorno, si gira, osserva, scruta, annusa forse. D’un tratto gli brillano gli occhi! Si precipita, 10 centimetri con scatto felino, agguanta la maniglia, chiude il finestrino. Oddio ho fatto una rima. Magari è raffreddato, penso, e lì per lì me ne frego, abbasso il capo e il cellulare mi dice che ora è. Ma con la coda dell’occhio lo vedo di nuovo, vedo il nero. Si è alzato. Si guarda intorno, si gira, osserva, scruta. Annusa. Chiede alla vecchia che era seduta poco più in là di chiudere il finestrino sopra di lei. Cazzo, ha freddo! penso. Ma mi incuriosisco ancora di più quando lo vedo, continua a girarsi e balza da una parte all’altra del pullman. Fa surf tra le curve che fa l’autobus in movimento, sobbalza, si regge, si slancia, pare Tarzan che cerca la sua Jane. Tarzan sul pulman, estremizzando il concetto di giungla cittadina. C’è un signore in cima all’autobus, ha degli occhialetti spessi e il capello riccioluto tutto arruffato, sembra Tim Burton. Anche lui guarda il surfista, lo guarda con un’espressione strana: in faccia pare abbia stampato la scritta Checcazzofastoscemo?Il nero non si ferma, è lì tutto preso che chiude i finestrini. Quello a destra, quello avanti, poi torna indietro, quello dall’altra parte. Torna a sedere, no, se n’è scordato uno, va a chiuderlo. La vecchia è sbigottita. Non si capacita, è incredibilizzata, paralizzata! Un nero che chiude i finestrini, quale visione! Nemmeno con un telecomando avrebbe saputo far meglio. La vecchia ha paura, glielo leggo negli occhi mentre mi guarda, si è girata verso di me, io le sorrido, lei torna a guardare il nero e poi si volta di nuovo verso di me. Ridacchio e faccio di no con la testa, divertito. Il nero ha compiuto la sua missione, torna a posto. Un comportamento bizzarro. Strano. Non comune. E la vecchia, ormai tranquilla ma comunque straniata dal comportamento del tipo nero, torna a voltarsi verso di me, ancora, e di nuovo. Poi smetto di pensarci, non è più un problema.
Din! Il nero suona, il pulman si ferma e lui scende verso la sua vita. Sospiro. La resa dei conti sta per arrivare. E, di fatto, arriva: la vecchia, timida, pian pianino, senza nemmeno sentirsi, sospirando, inizia a tirar fuori i suoi pensieri, come un cucchiaio nella mano di un bambino che piano piano fa cadere il minestrone. Borbotta. C’è una signora davanti a lei, iniziano a parlare. Fan tutte così le vecchie, le signore anziane. Buttano l’amo col bottone agganciato, e qualcuna abbocca sempre, e il bottone ormai se lo sono attaccato. Parlano del nero, di quanto fosse strano, quel nero. Quel nero che sicuramente non è sano di mente, dicono. Quel nero che gli par d’esser padrone del mondo. Che i neri poi son tutti così. Diceva che alla fine è normale, i neri son abituati al caldo e aveva freddo alla pelle, stava male, poveraccio. Una dice di non aver parole, non sa che dire, un’altra chissà che dice, non l’ho sentita, ho messo le cuffie e premuto play. Mentre la vecchia continuava a guardarmi, parlava anche di me con l’altra signora, anche io pensavo che il nero fosse un pazzo. Chissà perché quel nero aveva chiuso i finestrini. Chissà che hanno detto i loro mariti quando a cena si son sentiti raccontarsi la storia del nero che chiude i finestrini, o dalla parrucchiera le amiche. Tra un paio di giorni quel nero avrà chiuso le finestre di tutta la provincia, i giornali scriveranno del nero psicopatico che si uccise dandosi fuoco perché aveva freddo. O forse se ne son gia dimenticate e il marito s’è salvato.
Ma io invece l’ho capito quel nero. Ho capito perché l’ha fatto. Ha chiuso i finestrini perché c’era l’aria condizionata accesa. Io non l’avrei fatto, avrei potuto farlo ma non l’ho fatto, il nero invece si. Lui l’ha fatto, come l’uovo di Colombo. Quel nero era Colombo. E invece di rompere l’uovo ha chiuso i finestrini.
11/6/10 Post profondo ma non sembra
Ci sono i primi piatti, i primi piani, i primi in classifica, i primi secondi, i primi sospiri, i primi baci, le prime stelle, le prime marce e le marce indietro. Poi ci son i dessert, i piani americani, gli ultimi che saranno i primi, le ore, i sospiri strappati, i baci sprecati, le seconde stelle a destra e poi dritti fino al mattino. E poi le retromarce, che però son pure le marce indietro.
7/6/10 RadioTube canta “Domani”
Quarta puntata di RadioTube (la terza ve la potete ascoltare sul tubo), puntata un po’ controversa e a tratti inutile. In questa puntata non discutiamo di nulla ma ci limitiamo a cantare. Cantiamo allegramente, senza pretese, senza troppe prove, stonando anche, la canzone “Domani“, quella canzone creata per la raccolta fondi destinati ai terremotati dell’Abruzzo. E’ una cover live, diciamo. Perché l’abbiamo fatto, ci chiederete. Bho, così. Ci andava.







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