Archivio per la Categoria "Il Cinema che guardo io"

8/8/10 
Il tuo migliore amico

Ho sempre amato i gatti. Sono strani, misteriosi. Sono stronzi, se ne fregano del mondo, li vedi sempre sopra una pila di libri o su un cuscino guardare la pioggia dalla finestra. Ma sanno anche dare affetto, finché sono cuccioli. L’affetto che ho avuto da alcuni miei gatti spesso ha superato quello ricevuto dalle loro controparti umane. Ma ricordo di aver avuto anche un cane, quando ero piccolo. Per quanto sia morto quando ancora ero un infante, ho ancora ricordi molto vivi e positivi di lui. Qualcuno dice che il cane sia il miglior amico dell’uomo, altri più lungimiranti (tipo me) lo considerano il simbolo della solitudine. Il cane, che tutto farebbe per il suo padrone solo perché costantemente al secondo posto, in una situazione di perenne dipendenza consapevole, lontano dai propri simili, esule da una vita sociale, rinuncia ad una propria dignità animale al prezzo di una cuccia, una ciotola di mangime e di un duraturo affetto da parte del padrone. Forse però lo sanno bene, e i cani sono solo gli esseri più saggi del pianeta. Il gatto in questo è diverso. Stronzo, appunto. Più umano quindi. Lui se ne frega della gratitudine, ma non sempre. Non è raro che un gatto porti all’ingresso di casa un topino, una lucertola o un uccellino come ringraziamento al padrone. Il gatto è misterioso. Il gatto concede di farsi accarezzare da chi gli presta un cuscino su cui ronfare beatamente nelle giornate tempestose, un sodalizio perfetto a mio parere. Il gatto non confonde i ruoli e non promette l’impossibile. Il gatto non ti cerca per affetto, ti cerca per la fame. Ma siamo sicuri che il cane ti cerchi per l’affetto e non per la solitudine?

Ieri ho visto Hachiko, un film basato proprio sul legame tra cane e padrone. Un film commovente e indubbiamente bellissimo. Diretto dal regista svedese del peccaminoso Chocolat, Hachiko è la riproposizione moderna di una storia vera accaduta negli anni 30 in Giappone, in cui un cane, Hachi, va ogni giorno ad aspettare il padrone alla stazione al rientro dal lavoro. Un legame unico quello tra Hachi e il padrone interpretato da Richard Gere: tanto forte e granitico da resistere per sempre, fino alla fine. Per dieci anni dopo la morte del padrone, Hachi continua ad aspettare davanti quella stazione. Nessuna esagerazione nel film, tutto corrisponde alla realtà. Anche il venditore di panini fuori dalla stazione era lì, 80 anni fa. Hachi adesso ha la sua statua davanti quella stessa stazione a Shibuya, un quartiere di Tokyo. Il suo corpo, imbalsamato in un museo nella stessa città, conserva la sua pelliccia. La sua fiducia resta stampata negli occhi di chiunque conosca il suo nome. Fiducia avvolta da un mistero veramente senza fondo. Solo un caso raro? La spiegazione del comportamento si cela dietro disfunzioni psicologiche? O era solo amore? Quell’amore che ti fa aspettare, sperare e che non ti fa arrendere. Un cane può amare? Davvero ci sentiamo di avere il monopolio sui sentimenti? Dopotutto siamo animali anche noi umani, siamo più evoluti dei cani o dei gatti, ma sono, i sentimenti, soggetti a evoluzione? Forse Hachi non capiva il concetto di Morte, forse non si rendeva conto di essere uno dei più grandi sognatori della storia.

Per certi versi i cani sono ben più misteriosi dei gatti.

2/7/10 
Non è cane, non è lupo

Ormai che è caldo lo sanno tutti. Forse per questo, ieri sera ho cercato conforto termico in un film invernale (natalizio secondo i soliti) che vidi da bambino e che non vedevo da almeno 10 anni. Balto. Tutti lo conoscete, magari l’avete visto una volta sola, magari avete consumato la cassetta registrata dalla televisione, ma tutti sapete chi è Balto. E’ un cane, un canelupo. L’ho rivisto dopo tanto tempo, ricordavo l’introduzione con la nonnina in carne ed ossa, l’oca russa e il cagnaccio bastardo. Ricordavo il ghiaccio, le medicine da portare ai bambini malati e ricordavo Balto come un eroe in cui nessuno credeva. Ma non ricordavo niente del film in sè, non ricordavo l’atmosfera che riesce a creare, la poesia e la straordinaria qualità visiva che questo film DreamWorks, quando ancora si chiamava Amblimation, si porta dietro da ormai 15 anni. Una perla dell’animazione, un film semplicemente bellissimo. Senza età. Ancora una volta mi sorprendo come un film considerato per bambini possa dare un’impressione diversa se visto dopo tanto tempo, in età matura, se così vogliamo chiamarla, quando la mente e il cuore riescono ad andare d’accordo permettendo una visione totale, forse senza la magia dell’infanza. O forse ancora piu magica.

Balto, la sua natura incerta, costantemente in bilico tra l’essere un cane ed un lupo, schiacciato dal peso della diversità che la sua metà di lupo gli conferisce, in un’impresa che riuscirà a compiere solo grazie a quella sua parte da lui tanto rinnegata. Qual’è l’impresa? Se questa fosse una recensione ve lo direi, ma non lo è. D’altra parte l’impresa fa da sfondo alla vera storia del film: trovare se stessi.

Balto, prodotto da Steven Spielberg nel 1995, è un classico d’animazione. Animazione sopraffina. Con una storia bella, commovente e poetica. I titoli di coda ricordano che è basato su una storia vera, anche se ovviamente molto più romanzata. E se davvero non avete ancora visto questo film, il mio invito alla visione diventa un consiglio da amico.

- Che c’è di male in essere mezzo e mezzo, dico io? A volte desidero da pazzi essere metà aquila!

- Perché?

- Un profilo migliore, per cominciare.. E nessuno ti mangia, per finire.

11/3/10 
Nel paese delle mica tanto meraviglie

Le mie pupille si strinsero e la bocca si stirò immediatamente. Avevo letto che Tim Burton avrebbe fatto una sua versione di Alice nel Paese delle Meraviglie prodotta dalla Disney, sarà stato un annetto fa. Mi vennero in mente quei pensieri da fanatico, di quelli che ti fai quando uno dei tuoi idoli ti promette qualcosa che non hai mai richiesto ma che al primo accenno scopri di desiderare da anni. E c’era pure Johnny Depp vestito da Cappellaio Matto: cosa volevo di più?

Stasera l’ho visto. In 2d, nono il 3d non lo tocco più. Dopo un inizio decisamente buono e ben fatto si passa al film vero e proprio, un papocchio di non so bene cosa. Passato l’entusiasmo per l’ambientazione 100% Burton, emerge la sceneggiatura, rigorosamente scritta con i piedi, personaggi messì lì perché così vuole la tradizione ma senza risparmiarsi la fatica di ridisegnarli (male). E così abbiamo un leprotto completamente svampato, un brucaliffo che è inutile e antipatico, la regina che è praticamente inguardabile (colui che l’ha disegnata deve avere dei pessimi gusti artistici, così come i Panco-Pinchi, grotteschi e guasi vomitevoli). Lo stregatto è il personaggio che più di tutti ho apprezzato, è un po’ diverso dal classico Disney, per niente matto ma saggio ed enigmatico. E poi Johnny Depp che imita se stesso in una caricatura venuta male di Jack Sparrow passato dal guardaroba di Willy Wonka. Qualche battuta, qualche risata, qualche mossa, qualche frase bella e profonda, ovvio, ci sono.

Ma non è tutto! Dopo un pastrocchio di banalità si finisce il giro nel puro fantasy con tanto di drago, excalibur e profezie. Tim Burton lo si vede bene nelle scenografie, nelle porte sbilenche, nei paesaggi cupi e negli uccellacci col becco spigoloso. Ma non si vede in nient’altro. Mi sono trovato tristemente d’accordo con chi dice che Alice in Wonderland sia il suo peggior film, dopo Il Pianeta delle Scimmie.

Noioso, troppo veloce e poi troppo lento, una rivisitazione frettolosa e sommaria. Troppo spinto forse. Non lascia segni evidenti dietro di sé, dentro di me. Pensare che eppure è la stessa sceneggiatrice de La Bella e la Bestia e Il Re Leone.. Un’occasione immensa, immensamente sprecata.

Poi bisognerebbe dire due parole cercando di chiarire se sto Alice è o non è il seguio del classico. Ce l’hanno presentato come seguito, l’hanno fatto iniziare come il classico, facendoti credere che sia esattamente il classico, lo continuano facendoti vedere roba nuova ma tornando continuamente sui passi dell’originale, fino a dirti chiaramente prima del finale che si tratta del seguito. Forse è il titolo ad essere sbagliato. Io l’avrei chiamato Return to Wonderland.

No, non è così che funziona, in questo modo non sai più che pesci prendere, non riesci ad interpretare ciò che stai vedendo. Eh si, perche la storia di Alice è un classico, tutti la conoscono a grandi linee, è un po’ come la Bibbia. Sai che Alice alla fine scopre che è tutto un sogno e sai che Gesù risorge. Ma se mi fanno un adattamento dove Gesù muore e poi si scopre che in realtà ha sognato di morire ma poi risorge pur non essendo morto e poi scopre che era morto ma sogna di risorgere e poi alla fine si ritrova a tagliare la testa ad un drago e chiude ballando una danza in cgi insieme a san Giuseppe.. beh, che diamine, sarebbe una boiata! E Alice in Wonderland, appunto, è una boiata.

Ma forse è solo il complesso dell’aspettativa. Quando ti crei grande aspettativa per un film e poi scopri che la realtà è un gradino più bassa, lo sconforto prende il sopravvento. Rimane solo un retrogusto di delusione.

Quando uscirà in dvd me lo rivedrò. Spero di vedere cose che mi son sfuggite.

25/2/10 
Io ti vedo, con o senza occhialini

Molte volte mi sono trovato a guardare vecchi film, vecchie glorie del passato, filmoni famosi, pietre miliari, film usciti negli anni settanta, ottanta, o anche novanta, film che avevano in comune la stessa cosa: guardandoli mi chiedevo come sarebbe stato se li avessi potuti vedere al cinema a suo tempo. Quando non ero ancora nato.

Pensandoci bene però, ogni volta giungo alla conclusione che li avrei voluti vedere al cinema solo per l’affetto che provo per quei film, una cosa che mai e poi mai si può provare alla prima visione. Vorrei rivederli adesso al cinema, dopo che li ho visti milioni di volte. E’ ben diverso.

Ultimamente intorno a me c’era qualcosa di strano. C’era un’atmosfera strana. Cartelloni, poster, volantini e spot in tv. C’era la pubblicità. Quella pubblicità che mi ha martellato in testa per mesi, facendomi pensare a quel film ogni volta che loggavo su msn. Vedevo la mia immagine personale, il mio avatar. Ed eccolo là, fregato di nuovo. Avatar, il film, tornava alla mente.

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6/1/10 
I Pregiudizi e il Ranocchio

Se vi sembra strano che un ragazzo di venti anni vada al cinema a vedere un cartone animato, potreste anche aver ragione, se il cartone in questione è Dragon Ball, i Puffi o i Pokémon. Ma se si tratta di un cartone Disney allora non è affatto strano. E se vi sembra strano allora non avete capito nulla della vita.

Sì perché un cartone Disney non è un film per bambini, è un film. Punto. Non fate come chi scrive le copertine dei dvd, che scrive Genere Animazione. L’animazione è una tecnica, non un genere. L’Avventura è un genere. La Commedia, il Thriller. L’Animazione è una tecnica, la Pittura a Olio è una tecnica di disegno, il Live Action è una tecnica. Avete mai letto su un dvd Genere Live Action? Certochenò! Eppure il Live Action non è altro che un film con attori in carne e ossa.

Ma che l’animazione sia una tecnica che tocca principalmente i bambini è scontato, eppure sappiate che tecnicamente il film per bambini non esiste. Un cartone, parlo di quelli che vanno al cinema, contiene per forza contenuti che possono essere interpretati in maniera diversa da un adulto e da un bambino. Uno ci vede cose che l’altro, ancora piccolo, non può capire, non ci arriva. E il bambino vede cose con la purezza che l’adulto ormai non ha più. Ho trovato completamente diversi film che non vedevo da anni, rivedendoli ho scoperto cose che prima non consideravo nemmeno, capito battute troppo complesse per essere assimilate quando avevo solo dieci anni.  Ma continua a piangermi il cuore quando ragazzi della mia età non vengono a vedere un cartonanimato solo perché “seeee, è per bimbini”, quando magari loro stessi son cresciuti a pane e Disney, sanno a memoria battute e scene intere di vecchi film del loro passato che mandavano avanti e indietro su quel videregistratore anni 90, fino a consumarne il nastro. Preferiscono lasciare il bambino che erano dentro di se, solo un ricordo, saltando fuori di tanto in tanto come vecchie foto in un cassetto o in un portafogli. Pregiudizi.

Oggi me ne sono andato a vedere La Principessa e il Ranocchio. Lo aspettavo dal 2007, quando seppi che John Musker e Ron Clements, i registi magnifici dei capolavori Disney degli ultimi 20 anni (La Sirenetta, Aladdin, Hercules, Il Pianeta del Tesoro) stavano tornando con un nuovo film in animazione tradizionale, dopo tonnellate di troiai e boiate colossali in 3d. Sarebbe stato il primo film Disney che avrei visto al cinema. Non potevo perderlo.

Un sussulto di poesia, magia e Disney. Sì perché questo film è Disney in piena regola. E la Disney è tornata, ci voleva John Lasseter della Pixar per farla tornare. Ci sono le canzoni, c’è il Jazz, ci sono personaggi magnifici, una storia scritta e sceneggiata in maniera impeccabile, atmosfera e tanta, tanta, tanta poesia. Louis, il coccodrillo che suona la trombetta in mezzo alla palude con la voce di Pino Insegno, e Ray, la lucciola sdentata innamorata di una stella, doppiato da Luca Laurenti, non fanno rimpiangere l’intramontabile Genio della lampada di Aladdin doppiato da Gigi Proietti. E Laurenti e Insegno erano così azzeccati che parevano un tutt’uno coi disegni. Doppiaggio superlativo insomma. Il cattivo Dottor Facilier, a metà strada tra il capolavoro di infamia Jafar e il pasticcione bastardo Ade, rispettivamente cattivoni di Aladdin e Hercules, è un personaggio interessante, forse poco presente, ma funzionante, simpatico. Reso incantevole dalla voce del perfetto Luca Ward. Tante le citazioni da vecchi e celebri film Disney: la stella di Pinocchio, il ballo della Bella Addormentata, la somiglianza lampante del coccodrillo con Baloo e molte altre.

Insomma, un capolavoro, un futuro classico da rivedere e rivedere. Pensavo ai pregiudizi di chi si perderà questa perla. Quante persone non godranno di questa magia solo per un pregiudizio. Ed io, povero ranocchio in mezzo ai marmocchi che ridevano e piangevano, avevo una sola domanda in testa, oltre all’euforia totale, mentre uscivo da quella sala, la sala 8: Chissà cosa avrei visto su quello schermo se avessi avuto solo dieci anni in meno.