Archivio per la Categoria "ZeroBlog"

25/8/10 
La crisi del sedicenne

Eccomi qua, son tornato! Dov’ero? Non ne ho idea. So che non ero qua, ero in giro, in volo, per aria. Avevo il futuro in mano, certezze che non erano poi così certe ma erano comunque uno straccio di speranza a cui aggrapparsi e sorridere mentre il vento mi sbatteva in faccia centinaia di moscerini. Adesso invece mi sono ritrovato qua, dove sono sempre stato ma senza quel fazzoletto di certezza a cui mi aggrappavo, con crisi esistenziali da sedicenne. Quel tipo di crisi dove ti sembra che il mondo ce l’abbia con te e che tu ce l’abbia col mondo, ti sembra che sia colpa tua se tutti i semafori che incontri da oggi saranno misteriosamente tutti rossi. Non si ha più neanche tanta fame. La differenza tra me e un sedicenne è che in fondo io sedici anni non li ho più. Ah ma vorrei averli, o forse li ho davvero. Mi chiedo pure se mai li abbia avuti. Il fatto di non aver più sedici anni però mi consente di rendermi conto che la vita è come una ruota di bicicletta un po’ piegata. Come una bici che avevo da piccolo, presi una buca e la ruota si piegò un po’ sul suo asse. Non adava più diritta, si piegava leggermente a destra e a sinistra, ora piegava di qua, ora di là. E la vita credo proprio sia così, ora va da una parte, e dopo va di là, e stai sicuro che dopo torna di qua, e poi di nuovo di là. Ma questo non ti impedisce di andare in bici, puoi usarla lo stesso, andare dove vuoi, sempre che non trovi troppe buche per strada e che non ti impaurisci di fronte a quella ruota ballerina.

Se avessi un mazzo di carte, se sapessi leggermi la mano, forse potrei saperne di più sul mio futuro. Sarebbe l’unico modo. Senza mezzi, adesso, mi è del tutto impossibile. Sono in mezzo, nella terra di nessuno. Il futuro alla mia età è sicuro, ci sarà, ma è buio, non si vede nulla. Ci sarà, il futuro, ma non so cosa ci sarà. E il buio fa paura, non si sa dove si può sbattere il ginocchio. Lavoro, a vent’anni nessuno ti considera seriamente. Se ti va bene puoi fare il magazziniere, poco più. Puoi esser spremuto come un limone dalle agenzie interinali, ma non puoi essere preso sul serio. Ti ritrovi con sogni, capacità, e nessuno che può valutarle, nessuno che vuole farlo. Dopo un po’ ti scoraggi, dici Qua non c’è niente, devo andarmene a Milano. Per questo vorrei avere sedici anni, domani andrei a scuola, penserei a come passare il pomeriggio, il mio problema sarebbe il compito di matematica, la ragazza che vedi al piano di sopra che non sa nemmeno della tua esistenza. L’amico a casa tua a fare i compiti, che poi i compiti non li facevi mai e gli unici calcoli li faceva il processore della playstation. Il professore che diceva che Rimpiangerai la scuola, in parte è vero. Mi manca il riempimento che mi dava, la scuola ti riempie quel vuoto che trovi appena prendi la maturità.

Per questo molti ragazzi vanno all’università. Per rimanere sedicenni. Forse dovrei farlo anch’io. Ma sarebbe una fuga dalle mie ambizioni, così grandi da bloccarmi qua, non fanno che farmi guardare intorno. Sogni, paura di infrangerli, sapendo che la paura di farlo sarà la stessa che li infrangerà sul serio, mentre il tempo corre via.

Ieri c’ero. Oggi pare. Domani forse.

23/8/10 
Gli occhi di un altro

A volte per guardare dentro te stesso devi farlo attraverso gli occhi di un altro. Se sei fortunato, quello che vedi ti piacerà. Oppure ti insegnerà qualcosa. Se quello che vedi non ti piace, devi solo sperare di non aver bruciato troppi ponti.

Capita che vedendo un film, una sitcom, ascoltando una canzone o leggendo un libro, alcune frasi rimangano impresse nella nostra mente. Succede perché quelle parole si legano incredibilmente al momento attuale della nostra vita. Ci sembra che qualcuno abbia vegliato su di noi e abbia cercato magicamente di darci una mano, donandoci un po’ della sua esperienza, condividendo con noi un pezzetto della sua vita e facendoci scoprire quanto siamo tutti uguali in questo mondo, e quanto quello che succede oggi a me, domani succederà a te. Parole che vorremmo stampare su centinaia di fogli, spargerli per la strada. Ci sentiamo in dovere di comunicarle ad altri, e a qualcuno in particolare.

21/8/10 
Come quando cancelli i messaggi

Io sono un tipo strano, certe volte proprio non so proprio dove mi abbiano trovato. E me lo dico da solo, lo so quanto sono strano. Sono troppo simbolico, troppo sognatore. Razionalità solo quando non mi serve. Mi attacco alle cose, alle minime cose, i dettagli, il minimo particolare diventa l’unico motivo dell’intera opera. Me ne accorgo quando voglio mettere a posto la scrivania, mentre vedo uscire dalla polvere una scatolina che non avevo buttato, un foglietto con scritto qualche appunto, una busta da lettere vuota.  Polvere, gran confusione, diceva Ruggeri. E non ci riesco, non riesco a pulire, non ce la faccio. Quella scatola è pesantissima, non riesco a buttarla. Ancorata a quel tavolo e al momento felice in cui me la procurai, così lo scontrino, la busta e tutto il resto. D’altra parte, se ci penso, se non mi servivano veramente le avrei buttate subito. E invece sono lì, che mi guardano con quegli occhi che vedo solo io. Non posso gettarli. Se poi mi dimentico di quel momento? Come quando cancello i messaggi del telefono. In questi giorni mi si è incasinato il cellulare, troppi messaggi in memoria. Non li butto mai, è come se buttassi via frammenti di me. Fotografie strappate. Ma perché? Non li rileggerò mai quei messaggi. Però il telefono si incasina, ce ne son troppi! Devo cancellarne un po! Devo farlo sennò il telefono esploderà! Dunque, vediamo, cancelliamone almeno un migliaio, ecco. Ne cancello uno, due.. ecco questo lo conservo, anche questo. Questo.. Ma si, anche questo.E niente, non ci riesco. Ma come! Sono solo messaggi! Solo scontrini e scatoline!

Non è vero.

Io sono strano. Però almeno non sono il solo tra quelli come me. E quelli come me sono così, costantemente in balia dei ricordi.

16/8/10 
Ma se io parlassi di Prince of Persia?

Il 1989 è un anno memorabile. Per il muro di berlino, perché sono nato io e perché uscì Prince of Persia. Diciamolo, PoP è una serie strana. Ma a me piace e vorrei scriverne due righe a riguardo, giusto due. Dunque, prendiamo il principe. Un principe di non si sa cosa, di cui non si sa nemmeno il nome. Si sa solo che è un principe persiano (ma siamo sicuri?) che sa fare salti assurdi e camminare sui muri. E quanto è bello saltare tra architetture mastodontiche, grotte, prigioni, ammazzare nemici e morire schiacciati da mani giganti di mostri abominevoli! La fortuna della serie credo sia nell’anonimato del principe. Il marchio Prince of Persia non rimane legato al protagonista ma ai salti, alle spade, magie varie e ovviamente ad un’ambientazione antica e arabeggiante. Prince of Persia è il contesto, non è il soggetto. Il soggetto è nel sottotitolo! Non è necessario che il protagonista sia sempre lo stesso. Ciò chiaramente dona alla serie una certa duttilità. Questo ha permesso la celebre rinascita del personaggio nel 2003, con Le Sabbie del Tempo. Storia e personaggi completamente nuovi rispetto all’originale, il principe ancora anonimo. Eppure ci sono i salti, i meccanismi, i bastardi e la donzella, il contesto. Ma c’è il pugnale del tempo, con la sua possibilità di tornare indietro di qualche secondo e cambiare ciò che avevamo appena fatto su schermo, il soggetto! Si parla di sabbia e di tempo, è una metafora perfetta! Le Sabbie del Tempo è ormai un punto di riferimento per i videogiochi degli anni 2000 e con i due seguiti crea, tra alti e bassi, una delle migliori trilogie action-adventure su PS2. Il finale del terzo poi, imperdibile.

Però la differenza tra il primo e i seguiti si vede subito.

La storia era finita e probabilmente anche il conto di Ubisoft stava calando, ed ecco che l’anonimato del principe ha permesso un nuovo reboot nel 2008, su PS3/360, con un gioco stavolta non troppo gradito. Via le sabbie, via il tempo e via pure il principe. Tutto nuovo! Nonostante il gioco sia a parer mio un capolavoro di grafica, con una giocabilità ottima, ambientazioni poetiche e personaggi godibili, anche se con combattimenti veramente stronzi, per molti è risultato un fiasco totale. La critica è spaccata a metà. Per alcuni è risultato troppo innovativo, troppo distaccato dai titoli visti pochi anni prima. Pensare che era proprio ciò che voleva Ubisoft! Un reset completo della serie, lasciando su PS2 la storia delle sabbie e ripartire da zero con nuove storie. Ma niente da fare, mezzo mondo ha stroncato questo capitolo mentre l’altra metà se lo godeva da cima a fondo (anch’io). Ma la colpa è da imputare a scelte creative un po’ discutibili, cominciando dal titolo stesso del gioco, “Prince of Persia”. Tutto qui. Un titolo troppo vuoto, crea ambiguità. Inizialmente si chiamava Prince of Persia Prodigy, ma poi misteriosamente la Ubisoft ha deciso di depennare il prodigioso sottotitolo. Tra l’altro il protagonista stavolta non è nemmeno un principe! Mah! C’è una principessa però. Ma che ne so, chissà quanti dollaroni è costata ad Ubi questa mossa incauta. Un sottotitolo avrebbe aiutato a creare una certa indipendenza all’interno della serie, insomma è come se adesso uscisse un nuovo film di Indiana Jones e si chiamasse appunto solo Indiana Jones. Comunque c’è chi, come me, continua a sperare che il progetto non sia stato abbandonato, e che Ubi ci sollevi con un seguito di questo bel giocone uscito nel 2008. A proposito, mica era del tutto autoconclusivo, eh.. Mavvaff!

Maestoso.

Poi c’è il film, uscito a pochi mesi fa. Un bel film, dai. Atteso da me per ben due anni! Non un capolavoro, ma migliore di tante schifezze che girano oggi. Prodotto da Walt Disney ad opera del regista di Pirati dei Caraibi! Il film si chiama Prince of Persia: Le sabbie del tempo, e si basa ovviamente sul primo gioco della trilogia delle sabbie, ma resettando ulteriormente. Esempio di Duttilità Estrema. Anche qua l’anonimato del principe originale colpisce ancora, e stavolta riesce a creare una serie parallela. Il principe non è più così anonimo, si chiama Dastan, nonostante sia praticamente identico al principe della trilogia videogiocosa. In effetti, oltre al costume, l’unica cosa in comune al gioco è solo il pugnale magico che avvolge il tempo. Personaggi, trama e circostanze del tutto diverse. Una sceneggiatura adatta a un film e non adattata dal gioco, creata ad-hoc dall’autore storico della serie, Jordan Mechner. D’altra parte non so se avrei gradito vedere uno pseudoprincipe che salta sui muri per 2 ore di fila. Dicono sarà una trilogia, vedremo.

Eppure il manifesto ha uno stile Apple..

E infine il giochino nuovo, PS3/360, uscito insieme al film (Cribbio!). Prince of Persia: Le Sabbie Dimenticate, vero motivo per cui ho scritto queste due righe (l’ho appena finito e voglio commentare). E qua assistiamo ad un caso decisamente strano nel mondo videogiocoso. Un capitolo che nella trama si va a incastrare come il prezzemolo tra i denti tra il primo e il secondo episodio della sacra trilogia. Capitolo fatto per tentar di risollevare le sorti della serie dopo il mezzo flop del 2008. Ne esce un gioco strano, devo dire. Un titolo, a parer mio, di tutto rispetto, con una grafica veramente bella e maestosa, giocabilità pregevole e tutte cose, ma che si porta dietro per tutta la durata un senso di “Bho-non-ti-so-dire”. E’ bello, per carità, a me è piaciuto, mi ha tenuto incollato fino alla fine, e non è neanche troppo corto. Anzi lo sto rigiocando per sbloccare tutti i trofei. Sarà la giocabilità che è molto più snellità rispetto ai vecchi titoli, più simile alle Sabbie del Tempo. Presenta dei poteri del tutto nuovi con cui procedere attraverso enigmi e arrampicate, forse per certi versi un po’ ripetitivi (e mai troppo difficili), ma francamente li ho sempre trovati abbastanza stimolanti. Unico vero difetto, ha una storia un po’ banalotta. Eh vabeh. Non all’altezza della trilogia, ma mi è piaciuto. Mi sbilancio? Massì, diamo pure un voto a tal giochillo: 7 e mezzo. Nelle riviste in genere indica un titolo obbligato per gli appassionati, un po’ meno per i novizi. Va detto che dicono che la versione Wii del gioco sia diversa, addirittura con una trama completamente differente, non ne ho idea.

Sguardo deciso! Si.. insomma.. vabeh.

Insomma questa sabbia dimenticata mi è parso un gioco che sfrutta la fama del momento al cinema per far cassa. Solo che, bah.. Almeno ci fosse riuscito! E’ stato un flop, pare. Tanto che a distanza di soli 3 mesi il prezzo ufficiale è calato da 69 dobloni a 29 euro. Perché? Secondo me perche la Ubiubi si è data un po’ la zappa sui piedi. Penso che molta gente, magari disinformata, abbia visto questo titolo come un banale gioco su licenza del film (come fosse il gioco di Toy Story 3), o addirittura tanti ignorantoni lo hanno addirittura bollato come Il Seguito del PoP 2008. In effetti non li biasimo troppo, la ubi ha fatto un bel casino con i nomi. Ma pensa.. Sarebbe bastato non cancellare quel “Prodigy” da quel titolo. Che trovata!

Ah.. mi sa che ci saranno dei seguiti, vedendo il finale. Una trilogia anche qua? Sarebbe forse il primo caso di trilogia nella trilogia. Tre storie che colmano quei 7 anni di vuoto che secondo la trama sarebbero tra Le Sabbie del Tempo e Spirito Guerriero. Però considerando che questo gioco ha venduto finora solo 400 mila copie circa (ovvero uncazzo!!) contro i 3 milioni di quello del 2003, e i quasi 2 milioni di quello del 2008, direi che.. Naa, niente trilogia. Chissà quindi che fine faranno adesso le Sabbie. Quelle sabbie che scorrono come un fiume in piena, modellate dal tempo. Le sabbie in grado di raccontare qualsiasi storia semplicemente riflettendo un raggio di sole da un granello all’altro, immaginando da quale montagna si siano mai sgretolati. Quel mondo in un granello di sabbia.  Quelle sabbie che nessuno aveva dimenticato.

Mo' me lo segno.

14/8/10 
Twitta te che twitto anch’io

Sono sempre stato scettico, ma curioso come un gattino. Mi son deciso a cercare di capire cos’è Twitter una volta per tutte. Non mi era chiaro il suo uso. E adesso l’ho capito. Tu fai conto di avere una lista di idee e pensieri di persone che hai scelto di seguire, frasi di poche parole, fugaci, fissate lì per sempre. Frasi e pensieri che prendono il nome di Tweets, cinguettii. Una sorta di diario virtuale delle minchiate istantanee che, altrimenti, si perderebbero nel vento. Non è un blog, non è Facebook. E’ microblogging.

Su Twitter non ci sono amicizie, non ci sono Mi piace, a malapena ci sono i commenti (sottoforma di altri tweet), si può solo scegliere di seguire (Follow) altri utenti, i cui messaggi appariranno nella nostra home. Quando ho intuito che rileggere i tweet che potrei lasciare nell’arco del tempo sarebbe come guardare un’album di foto, ho capito. E adesso ho Twitter, lo trovate qui il mio profilo, chissà magari lo userò per scriver robe pure lì. Date un’occhiata e invitate i vostri amici a iscriversi. Per come l’ho visto io, Twitter è un luogo pseudosociale più adulto, meno frivolo di Facebook, una piattaforma per chi non ha bisogno di conoscere o di farsi conoscere. Solo per chi ha bisogno di appuntarsi la vita.

8/8/10 
Il tuo migliore amico

Ho sempre amato i gatti. Sono strani, misteriosi. Sono stronzi, se ne fregano del mondo, li vedi sempre sopra una pila di libri o su un cuscino guardare la pioggia dalla finestra. Ma sanno anche dare affetto, finché sono cuccioli. L’affetto che ho avuto da alcuni miei gatti spesso ha superato quello ricevuto dalle loro controparti umane. Ma ricordo di aver avuto anche un cane, quando ero piccolo. Per quanto sia morto quando ancora ero un infante, ho ancora ricordi molto vivi e positivi di lui. Qualcuno dice che il cane sia il miglior amico dell’uomo, altri più lungimiranti (tipo me) lo considerano il simbolo della solitudine. Il cane, che tutto farebbe per il suo padrone solo perché costantemente al secondo posto, in una situazione di perenne dipendenza consapevole, lontano dai propri simili, esule da una vita sociale, rinuncia ad una propria dignità animale al prezzo di una cuccia, una ciotola di mangime e di un duraturo affetto da parte del padrone. Forse però lo sanno bene, e i cani sono solo gli esseri più saggi del pianeta. Il gatto in questo è diverso. Stronzo, appunto. Più umano quindi. Lui se ne frega della gratitudine, ma non sempre. Non è raro che un gatto porti all’ingresso di casa un topino, una lucertola o un uccellino come ringraziamento al padrone. Il gatto è misterioso. Il gatto concede di farsi accarezzare da chi gli presta un cuscino su cui ronfare beatamente nelle giornate tempestose, un sodalizio perfetto a mio parere. Il gatto non confonde i ruoli e non promette l’impossibile. Il gatto non ti cerca per affetto, ti cerca per la fame. Ma siamo sicuri che il cane ti cerchi per l’affetto e non per la solitudine?

Ieri ho visto Hachiko, un film basato proprio sul legame tra cane e padrone. Un film commovente e indubbiamente bellissimo. Diretto dal regista svedese del peccaminoso Chocolat, Hachiko è la riproposizione moderna di una storia vera accaduta negli anni 30 in Giappone, in cui un cane, Hachi, va ogni giorno ad aspettare il padrone alla stazione al rientro dal lavoro. Un legame unico quello tra Hachi e il padrone interpretato da Richard Gere: tanto forte e granitico da resistere per sempre, fino alla fine. Per dieci anni dopo la morte del padrone, Hachi continua ad aspettare davanti quella stazione. Nessuna esagerazione nel film, tutto corrisponde alla realtà. Anche il venditore di panini fuori dalla stazione era lì, 80 anni fa. Hachi adesso ha la sua statua davanti quella stessa stazione a Shibuya, un quartiere di Tokyo. Il suo corpo, imbalsamato in un museo nella stessa città, conserva la sua pelliccia. La sua fiducia resta stampata negli occhi di chiunque conosca il suo nome. Fiducia avvolta da un mistero veramente senza fondo. Solo un caso raro? La spiegazione del comportamento si cela dietro disfunzioni psicologiche? O era solo amore? Quell’amore che ti fa aspettare, sperare e che non ti fa arrendere. Un cane può amare? Davvero ci sentiamo di avere il monopolio sui sentimenti? Dopotutto siamo animali anche noi umani, siamo più evoluti dei cani o dei gatti, ma sono, i sentimenti, soggetti a evoluzione? Forse Hachi non capiva il concetto di Morte, forse non si rendeva conto di essere uno dei più grandi sognatori della storia.

Per certi versi i cani sono ben più misteriosi dei gatti.